Biografia

Sono nata a Sondrio
nel 1950, anno del Giubileo. L’unica cosa degna di nota è la rotondità dell’anno, che mi ha sempre facilitato nel calcolo della mia età. Quando avevo 7 anni, mia madre, ottima, ma insoddisfatta casalinga, ha deciso di rilevare l’albergo gestito fino ad allora dai suoi zii, e così, di punto in bianco, in maniera molto brusca, è finita la mia infanzia con l’entrata in collegio. 

Il collegio Santa Croce, confinava con l’albergo, ma questa situazione non è stata per nulla positiva, anzi ha rappresentato un feroce tormento perché non potevo raggiungere i miei, pur sapendoli così vicini. In collegio sono rimasta 6 anni: 3 delle elementari e 3 delle medie inferiori (quando si studiava ancora il latino). Frequentavo la scuola esterna e, per quanto riguarda l’istruzione, non ho subito alcun danno. È stata, in ogni caso, una dura esperienza finché, diventata più grande, ho potuto apprezzare gli stimoli che mi offriva, una pienezza di vita che a casa mancava. Quando ho iniziato il liceo classico sono tornata in famiglia. Ero stata giudicata idonea per quella scuola, considerata il meglio dell’istruzione. In realtà sono stati 5 anni piuttosto faticosi e, per certi versi, deludenti. Solo nell’ultimo è successo qualcosa che ha risvegliato davvero il mio interesse: è esploso il Sessantotto (sì, anche a Sondrio, in quella ritrosa cittadina) e, dopo una breve esitazione, mi sono lasciata coinvolgere, anche perché mi sono innamorata.

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Una vecchia cartella di cuoio, un golf di lana marrone, una naturalezza che sbaraglia definitivamente l’immagine rigida del professore convenzionale. Così mi appare Elia, supplente di Storia dell’Arte, figlio di un operaio del Fossati, unica grande fabbrica valtellinese. Si sta laureando in Architettura presso il Politecnico di Milano. Iniziamo a frequentarci fuori della scuola, negli incontri culturali organizzati da quello che si chiamerà, anche in valle, Movimento Studentesco. Occasioni per incontrare tante persone, coetanei e non, che arrivano da ogni dove, come sorti dal nulla. Quanto ero chiusa in casa, ritirata nella mia cella? Finalmente posso uscire perché ho veramente qualcosa che mi attrae, che mi fa conoscere altri luoghi, alcuni improvvisati, altri meno. Come la stanza a piano terra in via Lavizzari, nell’edificio delle suore di Mese, dove per la prima volta ascolto Elia che presenta il Movimento. Dove al secondo piano c’è l’alloggio di don Abramo Levi, proprio quel ‘pretino’ dall’aria così modesta, che incontro nelle vie della mia cittadina. Dalle diciotto in poi, intorno al suo tavolo, è un via vai continuo di persone, scopro la vastità e l’acutezza della sua teologia filosofica. Un altro luogo, verso cui mi dirigo nel freddo dell’inverno, indossando un caldo giaccone di lana a quadretti verdi e arancioni, è un appartamentino, poco sotto le carceri, in una zona già periferica di Sondrio, dove è stato aperto un doposcuola per ragazzini poco abbienti. Si tengono anche riunioni serali sulla impostazione dei programmi scolastici, in particolare quelli di storia che non rispettano la verità di molti fatti. Elia è più grande di me, ma non mi sento in difficoltà, l’energia, la grazia, direi, di quel periodo annulla non solo le convenzioni, le differenze di classe, ma anche l’età. Ci fa sentire tutti uguali, tutti alla pari, quelli e quelle, almeno, che aderiscono al Movimento. Succede a maggio del ’69, al termine di un’assemblea che si è tenuta nella palestra del mio liceo.

- Ti devo parlare - dice Elia.

- Va bene - dico io.

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Sospetto cosa mi dirà: miscuglio di emozioni, di trepidazioni, di gioventù e maturità che spavaldamente si fa avanti con tutto il fulgore di una nuova vita. Cosa ci può essere di più bello, di più riuscito, se non il fuori che diventa dentro e viceversa? Adesso il Sessantotto è davvero ‘mio’, è la nostra intimità, i pomeriggi passati a casa di Elia, nella stanza che divide con due fratelli. Un tramezzo la taglia a metà, permettendoci di stare dietro, al riparo da sguardi indiscreti. Nel frattempo Elia si laurea, col progetto di un alloggio per anziani, e ottiene una supplenza annuale di matematica, a Chiesa in Valmalenco. Per raggiungere la scuola deve acquistare una macchina di seconda mano, una seicento color caffelatte. Servirà anche per andare a degli incontri che si tengono in valle. Continuano, infatti, le iniziative di controinformazione, che assumono sempre più significato politico, anche se Elia si terrà sempre fuori da qualsiasi partito, benché frequenti un esponente del PCI, pure lui architetto. Non vedo bene questa frequentazione, per la prima volta mi sento critica, un po’ distante da Elia che, pur mantenendo la propria autonomia, fatta di rigore e libertà intellettuali, viene coinvolto in progetti che richiedono una assidua partecipazione. Forse non sono pronta a un cambiamento che, prima o poi, dovrà arrivare. Forse sono gelosa della nostra intimità che sento, improvvisamente, minacciata da troppe intrusioni. La bomba di piazza Fontana scoppia, a darmi ragione di un pericolo, un sovvertimento che si sono creati non del tutto a mia insaputa (avrò, infatti, altre conferme della mia capacità di intuire il pericolo, rivolto a situazioni, persone care). Elia comincia a frequentare nuovi compagni che indagano sulla presenza, ancora attiva, di fascisti in valle. Arriva perfino, da Milano, un giornalista, autore assieme ad altri di un libriccino semiclandestino La strage di Stato: si chiama Piero Scaramucci. Elia mi tiene fuori da questi incontri, ‘spedizioni’ che vorrebbero riprendere contatti con alcuni ex partigiani. Anche su questo non sono d’accordo, fiuto un pericolo molto grave, ma non posso impedire a Elia di seguire la propria ‘vocazione’. Mentre sta andando a Tresivio con altri, a incontrare un compagno anarchico, Elia esce di strada e precipita, con la sua seicento, in una vigna sottostante. Si frattura alcune vertebre e resta paralizzato. Non ricorda nulla dell’incidente, solo: -Chi mi ha abbagliato?- Ricoverato a Sondrio e, successivamente, a Milano, muore di embolia polmonare presso l’Ospedale Niguarda il 15 luglio 1971.

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Dopo la sua morte, lascio la mia famiglia, la mia valle, e mi trasferisco a Milano. Inizia un periodo molto difficile, nel quale sapevo cosa facevo, ma non riuscivo a mitigare lo sconvolgimento che avevo dentro, una specie di buco nero che aveva risucchiato, quasi azzerato, la me stessa precedente. Mi sono appoggiata ad alcuni amici di Elia, laureati a Trento in Sociologia, che vivevano assieme in un grande appartamento di viale Montello. Ero iscritta a Filosofia, ma non riuscivo a studiare, infatti diedi solo un esame. Per mantenermi facevo dei lavori saltuari (allora si trovavano facilmente): standista in Rinascente, centralinista in un’azienda di piazza Cavour, baby sitter, cameriera, tutto ciò che mi permetteva di mantenere una certa libertà, la possibilità di sganciarmi se non ce la facevo più emotivamente. Nell’appartamento di viale Montello si tenevano molte riunioni del Movimento delle Donne, attivissimo in quel periodo (siamo nei primi anni Settanta). Così incontro le femministe di via Caccianino: Serena, Bruna, Liliana, fondatrici dell’Anabasi, uno dei primi gruppi di Autocoscienza. Comincio a frequentare la loro villetta, dove c’è pure un Soccorso Femminile. E chi più di me ne ha bisogno? Con loro si apre davvero una fase migliore della mia vita, non affrancata dal dolore, ma aperta a nuove possibilità di crescita soggettiva. Assieme a loro conosco un altro gruppo femminista, di origine napoletana, donne molto particolari, creative che si chiamano Nemesiache, una stagione davvero ‘fantastica’, che mi porta a passare dei periodi a Napoli, in Calabria, in Costiera Amalfitana. Oltre alla messa in scena di un testo teatrale, la ‘psicofavola’ scritta da Lina (fondatrice del gruppo assieme alla sorella Teresa), intitolata Cenerella. Quando Bruna si trasferisce a Napoli, mia sorella, che ha terminato gli studi secondari, decide di venire a Milano e assieme andiamo a vivere in via Caccianino. Con lei accanto riesco a riprendere lo studio, mi iscrivo a Psicologia, all’Università di Padova. Mi laureo nel 1980, e a maggio (sempre a maggio) incontro Roberto, il mio futuro marito.

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La convivenza di via Caccianino termina in modo piuttosto burrascoso, anche perché non è facile trovare una casa in affitto a Milano. È la prima volta, da quando sono arrivata, che devo affrontare la metropoli nei suoi aspetti meno accoglienti. La durezza, la freddezza le conosco, ma sono sempre riuscita a trovare un rifugio, una minuscola tana. Adesso bisogna davvero buttarsi allo sbaraglio e cercare un vero riparo. Valter, un amico che mia sorella ha incontrato lavorando all’Umanitaria, ci dona una speranza, dicendo che, nello stabile dove vive, assieme ai genitori portinai, in via Faravelli, c’è un appartamentino libero. Si trova al quinto piano, senza ascensore, ma la zona è buona, servita bene. La proprietaria ce lo affitta con l’equo canone. Dopo qualche tempo mia sorella si sposa, e Roberto viene a vivere con me (noi ci sposeremo più avanti nel 1987). Nel frattempo vengo assunta in Posta, un lavoro poco gratificante ma sicuro, che mi consente di iniziare un’analisi junghiana, per camminare sulle ‘rovine’ della mia giovinezza, senza sentirmi continuamente sprofondare. Ma la cosa più importante è che mi permette di scoprire, a poco a poco, la mia vera ‘vocazione’, anche per merito di un altro incontro fondamentale: i libri di Lalla Romano (acquistati a rate, direttamente dal catalogo Einaudi). La sua scrittura nitida, sobria, però intrisa di riflessione altissima, apre dentro di me una sorgente, un flusso di parole da cui nasce il primo testo autobiografico, che la scrittrice accetta di leggere. Mi riceve nella sua casa di Brera, dicendo che un libro così si scrive ‘alla fine della vita’ (in un certo senso era vero), affermando tuttavia che si tratta di un libro ‘serio’. Proseguo, frequentando i primi corsi di scrittura tenuti a Milano da Dacia Maraini e Daniele Del Giudice, componendo diversi testi, fra i quali il racconto Giulia, dedicato alla figlia di Augusto. Scritto durante una vacanza a Napoli, presso Antonietta, conosciuta dopo le Nemesiache, e diventata l’amica più cara, sia per le sue qualità umane, sia per la sua capacità intellettuale.

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Nel 1996 ci trasferiamo a Treviso, luogo d’origine di mio marito. Una scelta non facile, dettata ancora dal bisogno di mettersi maggiormente al riparo, per quanto riguarda il lavoro e la casa. A Treviso, tuttavia, non abbandono la scrittura anzi, appena arrivata, mi iscrivo a un corso di Giulio Mozzi. Non so niente di lui, ma mi trovo subito a mio agio nel suo modo di parlare, tanto informale quanto puntuale. A poco a poco, mi rendo conto di aver fatto un altro incontro importante. Tarda Estate gli piace molto (pure a me), lo considera uno dei racconti più ‘erotici’ del corso e lo inserisce in Vibrisse, il suo bollettino on line. Questo risultato mi incoraggia a sottoporgli Una sera dolcissima, che cercherà di far pubblicare da un editore di Milano. Non è andata bene, ma il suo gesto mi ha colmato di gratitudine e affetto. Non mi sento per nulla sminuita nel dire questo, perché ritengo che l’affetto sia un carburante fondamentale nel tenere accesa la voglia di scrivere. Ricordo, infatti, che una volta mi disse: -Devi continuare a scrivere rivolgendoti a qualcuno-, intendendo persone precise, amici. È quello che ho fatto fin dall’inizio, e che continuo a fare, da sola.




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