Pablo e la mia storia (Tracce 2006)




È stato il primo testo, di una certa lunghezza, che ho scritto, durante una malattia, nella casa di via Faravelli.
In sogno mi era comparsa la figura di un giovane uomo, a cui ho dato subito il nome di Pablo.
Più che la sua immagine, al risveglio, mi era rimasta l’atmosfera, certi dettagli che riuscivano a rendere concreto ciò che non lo era.
Per ri-tornare, ri-vedere, ri-cordare, ri-collegare.
Ciò che conta – dice James Hillman – è quella piccola sillaba “ri”, la sillaba più importante della psicologia.
Una storia ‘psicologica’, quindi, una specie di miracolo, che ha reso possibile raccontare ciò che era troppo reale, rendendolo appena più fantastico, se non accettabile. Ci sono, infatti, storie, vite, che si ribellano continuamente a ogni tentativo di conciliazione e pacificazione, perché contengono un impossibile, che le segna con la sua indeterminatezza: il troppo.
Ma, in esse, c’è anche la bellezza e così ho potuto girarci intorno e continuare a lavorarci con passione e cocciutaggine, per merito della scrittura.
Dopo un inizio titubante, io e Pablo ci siamo familiarizzati e, anche quando si allontanava, rimaneva dentro di me, come se dormisse. Io avevo ripreso a lavorare, tornavo a casa, facevo la mia vita da travet, ma lui rispuntava e mi parlava.
Sono stati giorni intensi, davvero ‘magici’, che mi hanno portato in tanti luoghi del passato e del presente, perché con Pablo non perdevo mai il contatto con la realtà, anzi lui la rendeva più chiara e più piena.
Finchè siamo arrivati alla fine, lui è sparito ma il risultato di tutto quello che abbiamo vissuto assieme è rimasto in questo piccolo libro.     


                                                     Capitolo VIII 


Ma unirsi era un’altra cosa.
Pablo, io, la mia storia.
Non ci pensavo per ora.
Eppure, nei lunghi giorni che seguirono, i nostri incontri sembrarono fondersi in uno e la Spagna e l’Italia sembravano diventate quasi sorelle.
Anche se il vento in Spagna forse era più caldo; le fontane più barocche; i sorrisi della gente più aperti, benché sia difficile immaginare sorrisi più invitanti di quelli che gli italiani fanno agli stranieri, per adescarli.
Non io con Pablo, infatti, non facevo nulla per cercarlo.
Se son rose… mi attenevo, almeno in questo, alla tradizione.
Poi pensavo alla mia storia, a ciò che ero riuscita a raccontare, e mi sentivo sgravata, anche se non capivo con chi avessi fatto quel figlio.
La ragione inoltre non mi dava tregua: si sa come succede, a un certo punto rispunta fuori e cancella trionfante ogni fantasia.
Pablo, invece, telefonò quel mattino. 
- Ci vieni con la tua storia a fare una passeggiata?
-  Sì - risposi felice.
Indossai le mie comode scarpette di tela, che ritengo da grande occasione, e mi sentii subito  addosso un’aria fresca.
Pablo arrivò puntuale con un’altra macchina presa a nolo, e un maglione gettato sulle spalle.
Sembrava uno studente o piuttosto l’apprendista di una qualche scienza misteriosa.
Mi stavo abituando ai suoi veloci cambiamenti di tono: gioviale-riservato, affettuoso-severo.
Si accomodi - mi disse, questa volta, cerimonioso.
La sua guida era abile, anche se si capiva che le macchine non gli piacevano. Era portato a manovrare strumenti più raffinati. 
Non chiesi dove fossimo diretti, ma sperai  fosse un po’ verso la Spagna, quel paese che ormai  mi sembrava di amare più del mio, verso il quale dirigevo tanti pensieri, e dove il sole tramonta quasi dentro l’Oceano.
Se Pablo avesse voluto l’avrei seguito fin là.
L’astro nostrano, invece, viaggiava normalmente sopra la campagna, faceva scoppiare le gemme, allungare i fili d’erba.
Ami la natura? - chiese candidamente Pablo.
Certo! - risposi convinta.
Avrei voluto aggiungere altro, ma Pablo mi prevenne.
Non temere, - disse  - comunque vada  per lei andrà bene, mentre noi diventeremo solo polvere o, forse, due estrellas.
Lo guardai, era come una favola, e a me certe favole piacciono ancora.
- Ci stiamo avvicinando a un’abbazia.  
Cercai di rispolverare le mie vaghe nozioni religiose.
- Sai, vero, quanto i monaci hanno aiutato i viaggiatori? 
Che gioia, pensai, finalmente si parte per la Spagna.
Non mi preoccupai del bagaglio, perché era chiaro che Pablo e i monaci avrebbero provveduto.
Imboccammo una stradina, affiancata da maestosi platani.
Pablo mi scoccò un sorriso incoraggiante.
Hai la pettinatura adatta - disse, ammirando il nodo  che avevo fatto sulla nuca. E aggiunse: -   
Sembri proprio una principessa.
Pensai alla mia povera storia così umile e disadorna, ma non replicai
Entrammo nell’abbazia che,  per quanto grandiosa, appariva inanimata come un guscio vuoto. 
Poi Pablo aprì una porticina e di colpo si spalancò davanti ai miei occhi una magnifica visione.
Una distesa di erba lucente, circondata  da purissime colonne.
Ecco, -  disse Pablo  - in Spagna ci sono molti  posti come questo, quando non ci sarò più ti resterà  il ricordo.
La giornata divenne buia, mentre la mia storia si riaffacciò  maligna.
Che cosa devo fare? Implorarlo di rimanere, sedurlo?
Se proprio avessi voluto…
Ma quelle mie scarpette erano fatte per camminare, non per ancheggiare, e dove arrivava Pablo volevo arrivare anch’io.
Mi risollevai, pensando ai viaggi  che avrei potuto fare anche senza di lui, perché quello era ciò che mi stava insegnando.
Lo capii benissimo mentre eravamo nel chiostro e Pablo era così bello che mi doleva il cuore.
Venne un monaco, che ci invitò nel refettorio.
Fra me e Pablo era sceso di nuovo il silenzio, carico d’ immagini.
Pablo era in Spagna mentre io viaggiavo lungo una terra di pungenti aromi.
Pablo era in montagna, si stagliava contro un cielo terso.
Io ero distesa su una spiaggia languida, il mare lambiva le punte dei miei piedi, mentre qualcuno cominciava a gridare “Estrellas”.
Erano dei venditori  che portavano canestri pieni di ciambelle.
Guardai Pablo e avvertii un timido trasporto. 
Ma come, proprio qui, fra queste sante mura?
Pablo avrebbe riso dei miei timori.
Tutto era come un sogno ad occhi aperti, in cui ero contemporaneamente in Spagna e in Italia, in montagna e su una spiaggia.
- Dormiremo qui. 
Dove?- aggiunsi smarrita, guardandomi intorno.
Stai tranquilla, non resterai sola - mormorò Pablo.
La mia storia, infatti,  tornò quella notte,  mentre me ne stavo distesa nel letto.
Un gran fascio di luna entrava nello stanzone da un’alta finestra.
Pablo si era rintanato nell’angolo più buio, accanto ad altre ombre furtive.
Io ero rimasta con la mia storia che m’impediva di dormire. 
Episodi, persone  passavano a frotte davanti ai miei occhi.
Proprio quando mi era sembrato che non ci fosse più nulla da dire, eccomi in preda al mal di stomaco.
Luoghi, volti scivolavano lungo la scia della luna, calandosi come fantasmi dentro la stanza.
Che me ne faccio di voi? Della vostra presenza che non mi lascia? E’ come una cappa che mi soffoca, comprese le cose belle.
Anche Pablo assomigliava ora a questo, ora a quello.
Le  Gauloises, per esempio, e il ciuffo di capelli. Perfino il dente scheggiato.
Si divideva in tanti, non esisteva…
Pablo… - sussurrai spaventata.
Pablo… - ripetei angosciata.
Scesi dal letto e vidi che Pablo non era  nel suo.
La porta del dormitorio era spalancata.
Proseguii sulle pietre e un  freddo millenario mi aggredì i piedi, ad ogni passo sprofondavo indietro, perdevo  il contatto col mio fragile presente.
A un certo punto vidi un puntino luminoso in fondo e capii che  Pablo  stava fumando nel chiostro.
- Mi sono persa.
- Lo so, l’ho provato anch’io, è l’altra parte della vita, la sua ombra… Vedrai che da qui in avanti non ti farà più paura.
Come facesse a esserne così sicuro non lo capivo.


(Il disegno della copertina è dell’amica, Marilena Garavatti, pittrice valtellinese, e ha per titolo Un sogno ricamato a piccolo punto.)


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